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La tua vita è in mano al Dio Macchina

Tutti di corsa al lavoro. Ma perché tutta questa fretta? Non rischiamo, per trovarlo, di rimanere in coda per ore, forse giorni, anzi anni, oppure di lavorare per pochi dannati centesimi? Mturk.com, upwork.com, freelancer.com, jovoto.com, crowdflower.com, witmart.com, 99designs.it, appjobber.it, clickworker.com, oppure i vari instacart.com, taskrabbit.com. L’elenco delle piattaforme potrebbe continuare all’infinito ma la sostanza non cambia. Benvenuti nel precariato digitale, il cottimo che appare ottimo grazie al rassicurante e fighetto ribattezzamento in cloudworkers, crowdworkers, adhoc clickworker e talent e/o gamming worker contest (in gara, talvolta giocando, per un lavoro).
Vuoi mettere l’ebbrezza semantica di tutto ciò? Eppure siamo i nuovi schiavi delle future (presunte) macchine intelligenti le quali, per diventare tali, vengono nutrite da schiere di lavoratori umani invisibili che alimentano e allenano le intelligenze artificiali con micromansioni pagate anche solo un centesimo per ogni compito (task).
Come chiarisce il sociologo Antonio Casilli del Paris institute of technology, «l’effetto dell’intelligenza artificiale sul lavoro non è la grande sostituzione dei lavoratori con delle intelligenze artificiali, ma la sostituzione del lavoro formale con micro-lavoro precarizzato e invisibilizzato». Piccoli microlavoratori per piccole microbustepaga per racimolare con 20-40 ore a settimana uno stipendio di 200-750 dollari al mese. Sfruttamento dunque. E non importa che anche la locuzione gig economy evochi i niente male giga, ma qui di grandioso non c’è niente se non il design thinking applicato ai “future job” che gravita attorno alla nuova “working platform economy”. Tutti a dare consigli su come muoversi nel magico mondo della mobilità, dove il lavoro è così flessibilmente atipico, anche se ci inchioda alla più tipica delle immobilità esistenziali. Tutto è bello, tutto è qui e ora (digital zen). Verrebbe voglia di gridare che la digitalizzazione pretende una rivoluzione, magari sociale, magari come quella immaginata e appena abbozzata nel recente sozialrevolution.de, un libro collettivo a cui, fra gli altri, hanno contribuito Erik Brynjolfsson, Gerald Hüther, Robert B. Reich, Michael D. Tanner e il burrascoso ex ministro delle finanze nel primo governo Tsipras, Yanis Varoufakis. Opportuno, anche perché la prospettiva di un lavoro automatizzato che sottrae in tutto il mondo più di un miliardo di posti di lavoro non è proprio il massimo. Mi sento un po’ “cattivissimo me” ma bisogna pur dire che non c’è niente di nuovo sul fronte occupazionale: i nostri antenati della rivoluzione industriale hanno sacrificato milioni di vite umane per mettere in moto le macchine e così a naso la storia si sta ripetendo, ovvio con molto più glam. Questa volta però nel tritacarne digitale rischiamo di finirci un po’ tutti, compresi manager e giornalisti (così per dire). Tempo di ribellarsi e accettare la sfida, ossia: ridisegnare la civiltà con nuove utopie e nuove regole di convivenza con una nuova economia che si libera del concetto di lavoro rivolto alla produzione di beni e servizi. Un lavoro che genera risultati non più per forza economicamente utili ma, per esempio, collettivamente e socialmente utili. Questo il sogno.